SECONDO
“Cioè attraverso la formazione di legami (…)”.
Ho pensato fosse curioso come il corpo, anche da morto, si appropriasse di uno stato di se stesso dov’è ancora vivo.
Un antipodo, un ossimoro.
Una contrazione vitale innescata da un impulso nervoso e alimentata da una molecola speciale, una molecola che fornisce l’energia necessaria perchè questa contrazione possa accadere.
La chimica della morte e quella della vita sono così identiche da sembrare uno sketch di cabaret studiato ad arte.
Le mie ricerche sono poi febbrilmente proseguite fino a che una parola precisa non ha attirato la mia attenzione.
Tzimtzum.
Si fa presto ad inciampare in filosofie seguendo il rosso di un filo che dovrebbe condurci all’altro capo del nostro cuore, dove si suppone ci aspetterà qualcosa, qualcuno, in grado di renderci decifrabili, di nuovo rilassati, meno contratti.
Il concetto che questa antica parola ebraica custodisce, è dei più affascinanti e trascendenti.
Racconta di come Dio trattenne il fiato nell’atto di creare il mondo.
Autolimitandosi, nel mezzo di una dinamica crisi catartica.
Vivo il dolore di questo paradosso, per questo mi sento una donna dal cuore contratto adesso.
Mi sono fatta affascinare da ciò che esiste e ho sempre creduto che, quel che percepivo vi fosse al di là, non fosse altro che un disegno platonico.

Buonasera Federica,
Vita e morte convivono nel nostro corpo, sin dalla più piccola unità cellulare di cui siamo formati, i tessuti muoiono e si rigenerano, addirittura siamo in grado autonomamente di riparare guasti dirigendo i lavori da un punto del nostro cervello che sfugge al nostro controllo. Legami e interazioni fitte come un ordito lavorato da sapienti mani in un equilibrio di colori e disegni.
Nelle serie poliziesche spesso, questa contrazione viene usata per giustificare una posizione particolare del cadavere, ma in realtà è il colpevole che cerca di sviare il corso delle indagini. Ma io penso che invece, proprio quel movimento che parte e finisce in un dato modo, sia il risultato dell’azione criminale, una specie di firma lasciata dall’omicida.
Grazie Federica perchè con te sto imparando spesso parole nuove e nuove filosofie, che fanno allargare gli orizzonti e meditare con i sapienti del passato. Questo concetto di Tzimtzum sulla contrazione di Dio nella creazione, mi fa venire in mente l’episodio biblico in cui Dio si presenta a Mosè sul monte Sinai credo. Mosè non può guardare in faccia Dio, perchè guardarlo in volto significa morire. Allora Dio nasconde Mosè sotto una roccia e mentre è protetto passa con la sua gloria, una volta passato e solo allora Mosè uscito dal suo scudo può guardare Dio alle spalle. E nonostante tutto quando scende dal Sinai il volto di Mosè è raggiante. Dio si trattiene dal rivelarsi nella sua completezza perchè sa che l’uomo non può reggere una bellezza e una forza così tersa e luminosa. E questo mentre Mosè sta per ricevere le tavole della legge e il popolo si sta corrompendo.
Con questo ragionamento il termine contrazione prende un significato simile al “fare posto”, “creare spazio”. Posto per i desideri e i sogni più belli, per quelle riserve di abbracci e affetto da usare quando ne hai bisogno. Spazio per l’amore fisico e coinvolgente, per la complicità e la condivisione.
Quello che ti auguro è di trovare quella scintilla che apre le porte alla creazione di una “te” attenta ad ordire il suo tessuto con l’impulso della creatività più vicina al tuo essere. Un grande abbraccio Danilo.
Buonasera Danilo, direi che ci fa bene crogiolarci nella danza dei reciproci ringraziamenti.
Lo TzimTzum è esattamente quello che dice: un atto di consapevolezza e di protezione che pure non delude il cuore dell’Uomo che, come ben ricorda, scende dal Monte col viso gaio.
Sul finale mi commuove, perché come sempre fa breccia nel mio cuore augurandomi scenari che io solo nei sogni ho l’audacia di creare.
Grazie, con tutto l’affetto che ho.
A prestissimo.