Diaspora
L’esodo non come una costrizione ma come salvezza.
Non lo dico io, lo racconta quel libro di cui ci siamo dimenticati l’esistenza, vendendo morali, etica e costumi al mercato del sintetico e del barbaro consumo: la Bibbia.
Nell’atto di uscire dalla mia periferia, ho attraversato il suo agglomerato urbano e selvaggio.
La definizione del dizionario di agglomerato è quanto mai perfetta: “una massa compatta formata da più parti unite insieme, anche in modo confuso”.
Diversità come disvalore, incoerenza.
Diaspora, perché il viaggio nasconde la necessità nobile di allontanarsi, separarsi, dividersi in varie direzioni, alla ricerca di un “mucchio di più parti unite insieme” che ci faccia sentire come se infondo stessimo rimpatriando.
Stare nella mia periferia, per me, avrebbe significato rimanere legata ad elementi di un gruppo dove non avrei potuto fare altro che dissipare le mie risorse (fisiche, intellettuali, economiche).
Se la sociologia riconosce un gruppo già in due sole unità, legate, interdipendenti, ho viaggiato pensando che, più che incamminarmi verso il centro, dandomi in pasto ad un conglomerato simile solo più ordinato, avrei potuto costruire il mio di banlieue.
Contenermi nel perimetro della mia propria circonferenza, senza emarginarmi dalla possibilità di dar vita ad una periferia tutta mia.

Buonasera Federica,
Come sempre apprezzo i tuoi articoli che riescono ad incuriosirmi e ragionare. La Bibbia è stato il primo libro stampato da Gutemberg, in essa troviamo molti esempi di esodo e diaspora, riferiti a singoli individui o famiglie o interi popoli. I più famosi sono certamente l’esodo degli ebrei dall’Egitto verso la terra promessa e l’abbandono forzato della terra di Israele dopo le guerre contro i Romani. Esodo e diaspora sono certamente interconnesse nella vita di ciascuno di noi, che cerchiamo un luogo fisico per noi sicuro, un rifugio da chiamare casa, uno stato emotivo ed emozionale per la nostra personalità che ci rende liberi di raccontarsi, liberarci dalle corazze, amare ed sentirsi amati. Questo stato può essere provvisorio, e allora accade che dobbiamo andarcene, allontanarci sia fisicamente che emotivamente dal luogo o dalla persona che per diversi motivi, che hanno origine in noi o all’esterno, ma che sicuramente non devono imporci sensi di colpa, o inadeguatezza. Si come affermi tu è come se stessimo “rimpatriando”. Nella Bibbia è spiegato bene quando: Gli ebrei entrarono in Egitto ed all’inizio erano rispettati ma poi subirono 400 anni di schiavitù, ed allora partirono per una nuova terra.
Mi hai fatto venire in mente che quando in Inghilterra nacque la rivoluzione industriale e si svilupparono le città, spesso esse nacquero dall’unione di più villaggi posti nelle vicinanze delle industrie, miniere o porti.
Anche io ho provato esperienze di allontanamento da situazioni speculari alle tue: Dove mi sentivo relegato alle periferie di un mondo che per altri era il centro, il parteciparvi portava solo tossicità. Non sentirsi al proprio posto, o comunque non raggiungere un minimo di equilibrio positivo sia che ti trovi al centro che in periferia, da sola o in compagnia è un segnale da non sottovalutare.
E’ molto bello quello che scrivi quando affermi di costruirti la “tua banlieue”: perchè non ti limiti a cercare un nuovo nido, ma lo crei ex novo, con quello che per te è importante, con quello che sei in grado di esprimere, di sentire, di dimostrare di essere. Ci vuole profonda conoscenza di tè stessa e capacità di rendere tangibile e materiale una visione e un progetto unico al mondo. La qualità migliore è che da un lato rimane tuo per sempre, come esperienza e momento di crescita personale e poi che non è attaccabile dall’esterno finchè non gli dai tu stessa le chiavi.
Infine ti voglio augurare è questo: l’aspetto essenziale della creatività è non avere paura di fallire.
(Edwin Land) Un abbraccio grande Danilo
Buongiorno Danilo, come di consueto il nostro, anche se non istantaneo, è un dibattito molto soddisfacente.
Coglie sempre il cuore di quello che mi interessa comunicare.
Prendo il suo augurio alla lettera, quanto mai calzante (non si immagina quanto) cercando di farlo mio fin nell’intimo.
La abbraccio, a presto