LA MATASSA

Ho sempre guardato i miei genitori cercando di capire cosa li accomunasse o se si amassero ancora o se ci fosse stato un tempo in cui si fossero amati davvero. Li ho osservati molto, soprattutto quando ho realizzato quanto certe persone, una volta tirate le somme, si sarebbero dovute incontrare per forza. Nel bene. Nel male.
E li guardavo con insistenza a volte, senza vedere niente, senza vedere quel filo rosso che potesse andare oltre le cose condivise, le figlie nate, le litigate.
Stavo lì a fissarli proprio come fossero state persone che non c’entravano nulla con me (che poi è proprio così, tranne che per alcuni tratti somatici inevitabili e innegabili). Niente che mi spiegasse come mai stessero insieme, come, dopo trent’anni di matrimonio e chissà quanti altri di fidanzamento, riuscissero a condividere gli stessi spazi (urlando come pescivendoli) tutto sommato pacificamente.
Scettica e pignola, non vedevo quella cosa che ho sempre letto nei libri e mi fa torcere lo stomaco dall’emozione, dirottando su, verso i miei occhi un vomito di lacrime piene di speranza. Tamburellavo le dita sul tavolo e storcevo il naso, la bocca innervosita da una smorfia imbronciata.
“Lo sai che quando ero piccolo ho visto la mamma senza sapere che fosse lei?”.

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