Ci sorprendiamo davanti a un telefono attaccato ad un filo, monito di un tempo che non conosce battute d’arresto.
Mi guardo e vorrei essere categorica come lui, fare quello che devo fare, che è diverso dal dire “faccio quello che voglio fare”.
Allora mi chiedo: chissà se il tempo abbia voglia di fare qualcosa di diverso dal passare?
Annego nelle filosofie, buttando un sacco di sensazioni nel cesso del romanticismo, che è quello che devo fare per sentirmi una scrittrice, eppure anche l’unica cosa che mi faccia sentire veramente mia, veramente sempre.
E voglio averla come unica opzione possibile per sentire tutto, sentirlo forte, viverlo bene, farmici mangiare.
Sarà pur limitante guardare la vita con solo questa lente, ma so di essere responsabile per tutte le mie scelte.
Come so che davanti ad un bivio non si possa barare, perchè il destino, anche se fai il prestigiatore, le tue cazzate non se le beve, perciò ti metterà di fronte allo stesso crocevia infinite altre volte. Finché?
Finché travolta dall’ennesimo trasloco, nei panni di una biglia da flipper (credevo di averci perso un po’ il vizio e un po’ la mano), la colonnina di mercurio sale sulle sei ore di sonno finalmente, la mia temperatura schizza ai 38 gradi, mi brucia la gola e, cotta nel letto, penso che la vita non si vive come voglio io, ma si vive come vuole lei.
Gran bastarda che al suo gioco sa giocare da maestra.
Ed è meglio così, perchè ho perso il conto di tutte quelle volte in cui sono stata sicura che tutto quello che volevo forte, fosse esattamente quello di cui avevo bisogno.
Croupier, carta per me.

