(NON) IMPARATE IN VENTICINQUE ANNI
XXI.
Che siate affezionati o meno, sui miei schermi si è parlato spesso di mia madre.
Spesso e male.
In un mondo in cui la sovversione la fanno le persone che camminano senza cuffie nelle orecchie, io ho deciso di sovvertire ricordandoci di una cosa ovvia che tutti abbiamo voluto dimenticare.
Iniziamo.
La mattina di un momento oscuro e metamorfico come ce ne sono stati altri in passato, in occasione di nessuno dei quali avevo sentito il bisogno istintivo di avere mia madre vicino, io la chiamo, la chiamo tutte le mattine, la sento forte, le piango nelle orecchie.
Lei c’è, c’è sempre stata.
Mi sento come fossi profuga della guerra che mi sta distruggendo intera, senza pietà.
“Mamma ricordami com’ero da bambina, ho bisogno di sapere chi sono davvero”
Un anelito disperato.
E lei, come un fiume libero da argini e forte, cinetico, s’è sentita libera parlandomi delle sue paure di mamma alle prese con la sua prima figlia.
Per la prima volta a me va bene che mia madre non risponda di conseguenza a quello che le chiedo.
Era spaventata, in ansia, preoccupata, talmente tanto, mi dice, che le dispiace di non essersi goduta la sua maternità con me con più serenità, con più leggerezza.
Lì mi sento.
Mi sento nella pelle di mamma che è mamma per la prima volta nella vita ed io sono figlia di una donna che è donna per la prima volta nella vita.
Mi sento talmente in colpa per essere stata così severa con lei, per averla vista sempre fuori di me e mai dentro di me.
Lei si racconta ed io la perdono.
L’ho perdonata perchè, nonostante la paura, nonostante me, non si è mai fermata e ha sempre fatto del suo meglio.
L’ho perdonata perchè è la sua prima volta tutti i giorni e tutti i giorni mi ama senza che io glielo chieda.

