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VENTICINQUE (NON) LEZIONI

(NON) IMPARATE IN VENTICINQUE ANNI

XV.

Non ho conosciuto molti scrittori.
A dire il vero, di veri, ne avrò incontrati un paio e sembravano figli di uno stampino escluso dal controllo qualità.
Parlo male della mia categoria?
Sì, anche se non è che sono poi così tanto sicura di farne parte.
Questa lezione nasce da un equivoco, uno di quelli che guidano le masse e sul quale si fonda un intero sistema scolastico.
Tutti voi lettori conoscete me, il mio stile e Danilo: il migliore di voi.
Non voglio fare la madre con più figli che, convintamente, afferma di amarli tutti allo stesso modo.
Non sono figlia dell’ipocrisia e Danilo è il mio lettore preferito.
Mi chiedo ancora se infondo sia lui a leggere me o viceversa.
Be’, insomma, lui di solito ci azzecca sempre, vede oltre le righe e si gusta ognuna delle mie parole: che palato sapiente!
Però c’è stata una di queste lezioni che lui ha interpretato.
Interpretare, parafrasare, chiosare: equivoci.
E se gli scrittori dicessero solo quello che dicono?
Ci avete mai pensato?
L’unica cosa che probabilmente differenzia me da Giacomo Leopardi è che lui aveva un gusto più fino, un certo pudore nello stile, un palato decisamente più delicato.
E ora sì: bruciatemi su un rogo per aver osato dire solo quello che ho detto!

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