PILOTA
I sensi ci guidano nella conoscenza del mondo e nella costruzione della sua memoria.
Ciò che percepiamo è l’unica chiave di lettura che apre le porte all’esplorazione del non ancora conosciuto.
Così vaghiamo, a volte sconsideratamente, altre con giudizio, alla ricerca di sensazioni che inebrino o ottenebrino quei nostri sensi, ponendo confini ove necessario o mirando verso orizzonti più remoti.
Con gli occhi distinguiamo ciò che è bello o che così appare.
Quello della bellezza è un concetto che trova radici nell’antica e proverbiale saggezza della filosofia greca.
Un telaio che incrocia i fili dell’idea del bello alla percezione dell’anima di buono, armonico, ordinato.
Fili mossi dal nostro personalissimo giudizio.
Ma come giudicare, come manifestare al mondo ciò che infondo in termini razionali non riusciamo a dire?
La bellezza non fa forse parte di un sentire opposto alla concretezza della logica, dei costrutti?
Seppur quella della bellezza sia sempre stata una visione che ogni epoca ha espresso a suo modo, spesso e volentieri la diacronia ha voluto che essa si sposasse perfettamente entro i confini della figura, del corpo femminile.
Ora abbandonate l’artifizio di questo prologo.
Non citeremo Hegel, Nitezsche o Goethe; non parleremo di temporalità, pathos o arte.
Porteremo a galla tutto il sarcasmo che la bellezza, come un segreto di stato, censura al mondo da secoli.

