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RIGOR CORDIS

SECONDO

“Cioè attraverso la formazione di legami (…)”.
Ho pensato fosse curioso come il corpo, anche da morto, si appropriasse di uno stato di se stesso dov’è ancora vivo.
Un antipodo, un ossimoro.
Una contrazione vitale innescata da un impulso nervoso e alimentata da una molecola speciale, una molecola che fornisce l’energia necessaria perchè questa contrazione possa accadere.
La chimica della morte e quella della vita sono così identiche da sembrare uno sketch di cabaret studiato ad arte.
Le mie ricerche sono poi febbrilmente proseguite fino a che una parola precisa non ha attirato la mia attenzione.
Tzimtzum.
Si fa presto ad inciampare in filosofie seguendo il rosso di un filo che dovrebbe condurci all’altro capo del nostro cuore, dove si suppone ci aspetterà qualcosa, qualcuno, in grado di renderci decifrabili, di nuovo rilassati, meno contratti.
Il concetto che questa antica parola ebraica custodisce, è dei più affascinanti e trascendenti.
Racconta di come Dio trattenne il fiato nell’atto di creare il mondo.
Autolimitandosi, nel mezzo di una dinamica crisi catartica.
Vivo il dolore di questo paradosso, per questo mi sento una donna dal cuore contratto adesso.
Mi sono fatta affascinare da ciò che esiste e ho sempre creduto che, quel che percepivo vi fosse al di là, non fosse altro che un disegno platonico.

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