Sono seduta come una lucertola su una panchina di città.
Mi bevo tutto il sole che posso, fino a scoppiare, fino a farmelo addosso.
C’è il rumore di una storia che ancora si sente tra l’allegro brulichio della gente.
Prendo un caffè e mi godo le scarpe che si consumano per le strade, quando tutto quello che voglio è sporcarmi i piedi sopra la terra di un prato.
Salgo su un treno e so che questa volta non sto scappando. Non ho nemmeno bisogno di musica nel viaggio: voglio sentire tutto. Ogni respiro, ogni grido, ogni riso, ogni pianto.
Voglio che il mio pensare non sia corrotto, voglio il rimbombo vivo di tutto l’Amore che mi porto dentro, voglio sentire il pulsare del sangue contro gli scheletri dei miei anelli, i miei occhi che non possono fare a meno di perdersi tra il verde dei colli toscani.
Vorrei anche te che incroci le tue dita alle mie mani, i tuoi occhi che si schiudono mentre a morto sull’erba ci ballano attorno le api.
Nella lentezza che mi dedico, nelle chiacchiere con la Dina che mi sfamano, nella tranquillità del privilegio della vita che vivo, so che il Futuro sarà pieno, abile sul lastrico di un cielo imbarazzato dal tramonto, ma ben lontano dall’essere una notte vestita del buio più profondo.
QUATTRO

QUATTRO
